Sui vetri avevano appiccicato numeri grandi, bianchi e invitanti: 40%, 50% & 60% di sconto. C’erano anche manifesti con frasi di celebri scrittori che invitavano al piacere della lettura: un’ultimo appello ai passanti prima di abbandonarsi alla trasformazione. Lungo le strade del centro c’erano solo banche e boutique. Nessun posto per lei: la storica libreria stava chiudendo. Pochi mesi prima aveva fatto la stessa fine anche un caffè dagli eleganti arredi: sventrato. Le torte e i pasticcini sostituiti da poco digeribili brandelli di stoffa leopardati.
Firmate Calvino e Yourcenar, le invocazioni di carta tappezzavano quasi interamente la vetrata; attraverso gli spazi fra l’uno e l’altro Lucia spiava l’interno della libreria: lunghi tavoli coperti da pile e pile di libri ammassati alla rinfusa, persi e senza la bussola d’alfabeto, autore, edizione. Come protestando l’imminente chiusura, alcune torri di carta si erano storte o avevano deciso di crollare su se stesse, generando mucchi informi; altre, ancora in piedi, si piegavano disegnando archi precari. Si apriva tardi. E dentro si muovevano le onde di carta. In un angolo l’instabile scultura: i volumi piccoli a sostenere quelli grandi. Qualcuno poi aveva deciso di appoggiare su due tavolini rimasti vuoti una serie di strane sculture di metallo, fra cui una balena d’argento, lunga quasi tre metri e larga uno - l’unica presenza che sembrava proprio agio in quella situazione. Si era addormentata nel mare di libri. O dormiva da sempre, arenata in chissà quale cantina, soffitta, galleria d’arte.
Con quel mammifero, così abituato al caos da sorvegliarlo ad occhi chiusi, la visione diventava vagamente rassicurante. Ma presto sarebbero entrati i commessi, costretti loro malgrado ad accellerare il processo di decomposizione della libreria. Lucia avrebbe desiderato distendersi per terra, sul tappeto, nel reparto scrittori sudamericani, e accendere una candela. Poi, il giorno previsto per la chiusura, si sarebbe volentieri legata alla gamba di un tavolo o, ancora meglio, seduta a cavallo della balena. Pensava a Josè Arcadio Buendia, che avevano dovuto legare all’albero. E alla fine di Splendor, quando tutti i clienti, per ostacolare la chiusura di un vecchio cinema, occupano le poltroncine impedendo agli operai di sradicarle.





Esiste uno sguardo “al femminile” sulle cose? Interessante è porre questa domanda a tre giovani fotografe toscane, alle loro prime esperienze, che rivelano acute e fra loro diverse sensibilità; per Valentina Cesarini (www.flickr.com/photos/valentinacesarini), vincitrice del concorso Seat - PagineBianche d’Autore 2009 (sua la copertina di quest’anno) «la fotografia è uno strumento rievocativo e narrativo, che mi permette di combattere con la difficoltà a ricordare i dettagli di un momento. E' poi una lente d'ingrandimento attraverso cui celebrare tutte quelle piccole cose che passano inosservate e un momento d’espressione del mio mondo interiore. Sono attratta dalla bellezza intesa come armonia, ma anche il caos che interviene ad interromperla esercita su di me un potere seducente». Assieme all’ispirazione intima, visionaria e spesso ludica la Cesarini, fotografa per SalottoLive, coltiva una vena musicale e rock - ritraendo i backstage e i concerti d’artisti come Ben Harper, Cocorosie, Cristina Donà, Carmen Consoli.





















«Is you me», che si è tenuto alla Stazione Leopolda il 12 e il 13 maggio per "Fabbrica Europa XVI ed. (coproduttrice dello stesso), non è solo uno spettacolo di danza, come figura nel programma.
Prima scena: un brulicare di minuscole forme, simili a germi o cellule in attività, 'contaminano' il candore del megaschermo, sovrapponendosi alla danzatrice, che si muove meccanicamente. Poi arriveranno linee taglienti, forme astratte, sagome antropomorfe, strisce di colore, totali monocromatici.
E' solo l'inizio di un lungo gioco dialettico fra i corpi dei ballerini Louise Lecavalier e Benoît Lachambre (che entrerà poco dopo) con Laurent Goldring, che disegna e proietta in diretta linee, sagome, striscie di colore attorno e sopra di loro, e il compositore Hahn Rowe, che sonorizza questi incontri/scontri fra danza e pittura, inserendoli in una ritmica comune. Un gioco a volte crudele, sembra che le linee tracciate trafiggano i corpi danzanti… la fatica della carne a farsi incorporea immagine di pixel.
La materia sembra diventare immateriale e l'"immateriale informatico diviene gesto", acquisendo la corposità di vere pennellate di colore puro, strizzando l'occhio a Mirò e - citazione esplicita - alla Guernica di Picasso. Ruolo non secondario, nel continuo inganno ottico, lo giocano i costumi di Lim Seonoc.
