Due passi a Firenze

blog di Katinkawonka/Caterina Pardi - artisti, itinerari, eventi

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lunedì, 09 novembre 2009

Ricordo della vecchia Seeber... chiudeva il 9 novembre 2002

Sui vetri avevano appiccicato numeri grandi, bianchi e invitanti: 40%, 50% & 60% di sconto. C’erano anche manifesti con frasi di celebri scrittori che invitavano al piacere della lettura: un’ultimo appello ai passanti prima di abbandonarsi alla trasformazione. Lungo le strade del centro c’erano solo banche e boutique. Nessun posto per lei: la storica libreria stava chiudendo. Pochi mesi prima aveva fatto la stessa fine anche un caffè dagli eleganti arredi: sventrato. Le torte e i pasticcini sostituiti da poco digeribili brandelli di stoffa leopardati.

Firmate Calvino e Yourcenar, le invocazioni di carta tappezzavano quasi interamente la vetrata; attraverso gli spazi fra l’uno e l’altro Lucia spiava l’interno della libreria: lunghi tavoli coperti da pile e pile di libri ammassati alla rinfusa, persi e senza la bussola d’alfabeto, autore, edizione. Come protestando l’imminente chiusura, alcune torri di carta si erano storte o avevano deciso di crollare su se stesse, generando mucchi informi; altre, ancora in piedi, si piegavano disegnando archi precari.  Si apriva tardi. E dentro si muovevano le onde di carta. In un angolo l’instabile scultura: i volumi piccoli a sostenere quelli grandi. Qualcuno poi aveva deciso di appoggiare su due tavolini rimasti vuoti una serie di strane sculture di metallo, fra cui una balena d’argento, lunga quasi tre metri e larga uno - l’unica presenza che sembrava proprio agio in quella situazione. Si era addormentata nel mare di libri. O dormiva da sempre, arenata in chissà quale cantina, soffitta, galleria d’arte.

Con quel mammifero, così abituato al caos da sorvegliarlo ad occhi chiusi, la visione diventava vagamente rassicurante. Ma presto sarebbero entrati i commessi, costretti loro malgrado ad accellerare il processo di decomposizione della libreria. Lucia avrebbe desiderato distendersi per terra, sul tappeto, nel reparto scrittori sudamericani, e accendere una candela. Poi, il giorno previsto per la chiusura, si sarebbe volentieri legata alla gamba di un tavolo o, ancora meglio, seduta a cavallo della balena. Pensava a Josè Arcadio Buendia, che avevano dovuto legare all’albero. E alla fine di Splendor, quando tutti i clienti, per ostacolare la chiusura di un vecchio cinema, occupano le poltroncine impedendo agli operai di sradicarle.

postato da: katinkawonka alle ore 15:07 | link | commenti
categorie: luoghi perduti
venerdì, 16 ottobre 2009

Dušan Vasić (Trieste, 28 marzo 1915 - Firenze, 5 maggio 2001)

Dušan Vasić ha seguito studi classici e musicali. Laureatosi in Architettura a Firenze con relatore Giovanni Michelucci, inizia a Trieste la sua attività professionale ed artistica. Rientrato a Firenze nel 1957 , dopo aver collaborato con l'amico pittore-architetto Leonardo Ricci, lascia l'attività professionale per dedicarsi a quella artistica e all'insegnamento presso la Facoltà di Architettura.

"A parte gli amici più stretti, pochi cultori d'arte e qualche collega della Facoltà di architettura, dove Vasić ha insegnato per tanti anni, nessun altro aveva potuto seguire de visu l'opera di creazione del "professore". si sapeva unicamente che da una vita (fiorentina a partire dagli anni cinquanta) ogni giorno, il professore varcava il ponte di Santa Trinita per chiudersi in uno studio in Via de' Serragli. Ma dallo studio, in questo tempo, poco suono è giunto fino a noi di tutto quel solitario e accanito lavoro. Che non si trattava di un rito coatto e meramente autoappagante però, lo dice il fatto che lo stesso Vasić si è fatto cogliere ad un certo punto (finalmente per noi) da un'inquietudine strana, da un'ansia strisciante come chi, stato a lungo nella clausura incantata dell'ora et labora, capisce che il suo momento è arrivato, il momento della professione pubblica della propria fede e perciò, se le opere maturate in quella felice stagione, per quanto concertate fra loro nella contentezza claustrale dell'immaginazione, erano destinate a manifestarsi, che lo facessero subito e incominciassero a parlare alla gente!
Naturalmente, e ognuno se ne accorge d'acchito,  la loro voce non è clamorosa e rifugge dal chiasso e da ogni più esclamativa proposizione che la pazza folla d'abitudine lancia al vento ogni giorno. Nate da una pazientissima operazione di riciclaggio materico, queste opere affidano il loro annunzio ad un raffinato sistema di allusioni e metafore appena percepibili, per cui pretendono interlocutori allertati, con occhi che frugano e intelligenza porosa. Ma vogliono soprattutto che si sappia svelare dalla polvere dell'abitudine l'innocente verità di quegli oggetti restati ai margini della funzioni e dei consumi: rimasugli, frantumi, rimanenze, sintomi insomma di un decor minimale e di una vita a basso gradiente esistenziale.
La scelta di Vasić a questo proposito appare sorvegliatissima: niente che ricordi la ricchezza un poco enciclopledica e quell'aspetto illuministico delle scatole così tipicamente anglosassoni di un Cornell.
Pur legato sentimentalemnte a tutta la letteratura dell'objet trouvé che, come si sa, svaria dal Cubismo al Futurismo e, giù per li rami, fino a Dada e al surrealismo, Vasić da buon "meticcio" ha saputo coniugare il tratto autunnale e melanconico della mitteleuropa dei suoi penati con la secchezza e la stretta misura della Toscana elettiva. Ne risulta sul piano dello stile, come dicevamo, un comportamento giudizioso che evita le forzature e gli accostamenti troppo spaesanti: con materiali piuttosto poveri, l'artista cerca il massimo di allusività e, quel che conta, più che sull'accumulo quantitativo punta le sue carte sul rapporto fra gli oggetti, in modo da trarne soluzioni di grande suggestione memoriale. E già, la memoria, involontaria è ovvio, l'infanzia, il bacio della buona notte, la casa della nonna, la maddalena nel the... chi non s'accorge infine che ogni composizione di Vasić sottende invariabilmente una ricognizione retrospettiva sulle peste della grande e paradigmatica Recherche? Magari alla commozione regressiva dello scrittore andrà sostituito un sentimento misurato e un contegno meno espansivo, ma il cortocircuito sensazione-memoria risulta determinante anche in questi collages e assemblage sempre nuovi, mai ripetitivi.
Dal bricolage neo-proustiano di Vasić  spira dunque un'aria e promana un ritmo della rammemorazione che sono solo suoi, poichè insistono sul terreno cedevole e difficile dell'autobiografia (...)."


Giuseppe Nicoletti, in "Dušan Vasić", catalogo della mostra (Firenze, Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, 17 gennaio - 15 febbraio 1987),  Poligrafico Fiorentino, Firenze, 1987.




"Il porto felice", tecnica mista, cm 39,7 x 29, 9
(1967)



"La ciotola", assemblage, cm 55 x 44,8
(1965) 



"La lettera di Jeanne", collage, cm 33,3 x 42,4
(1963)



 "Per Caterina", assemblage, cm 33,3 x 33,4
(1981)
postato da: katinkawonka alle ore 22:41 | link | commenti (2)
categorie: artisti a firenze
venerdì, 09 ottobre 2009

Bohème d'Oltrarno


Via S. Agostino, Via S. Monaca, Via dell'Ardiglione... nell'insolita atmosfera di questo intreccio di strade ritrovo una dimensione urbana più raccolta, un'identità che sopravvive nella semplicità e negli incontri quotidiani con la gente del quartiere.
C'è la Chiesetta dei Barnabiti, sede di mostre e mercatini di beneficienza, la libreria antiquaria (e non solo) "Fonte del sole" di Daniele Ambrosini, che ultimamente organizza "reading poetici" fra gli scaffali, un elegante negozio di pietre dure e artigianato orientale, dal quale è possibile entrare in un "universo parallelo" abitato dal Buddha e altre divinità, che il proprietario ha collezionato in anni di viaggi.
C'è il bar- alimentari, come quelli di una volta, che fa un ottimo caffè, una mesticheria con il classico profumo da mesticheria, un'altra mini libreria che si sviluppa tutta in verticale e sembra di entrare nella tana del Bianconiglio - solo che si dovrebbe "cadere verso l'alto", magari con l'aiuto di una "gamba di nome Smith".
Il market cinese globalizzato no-global, dove gli habitué s.spiritosi si fiondano per risparmiare sulle bevute serali, l'immancabile kebabbaro, altri due bar molto frequentati, Gioffrè - il negozio dell'instancabile sarto Giovan Francesco - dalle vetrine originali e improbabili (capi carini a prezzi bassi), l'entropica botteguccia dell'usato, dalla quale spuntano i sempreverdi (almeno per me) VHS l'U.
E ancora, un panificio tutto al femminile, ideale per una pizza in piazza, il minilaboratorio di oreficeria, lo shop della carta fiorentina, il negozio di bigiotteria che fa anche internet point; svoltando nel tratto corto di Via Maffia un'associazione di teatranti, un piccolo antiquario.
L'atmosfera prosegue in V. S. Monaca, con un'altra chiesetta sconsacrata trasformata in sala concerti, il panificio "del siciliano", l'ostello della gioventù, il mio negozio di sandali preferito - lavorazione artigianale in stile greco-romano: per camminare sulle orme mitologiche di Penelope, Circe, Omero e Ulisse.
Nella perpendicolare Via dell'Ardiglione si respira un'atmosfera particolarmente gioiosa, una specie di perenne primavera, probabilmente per la presenza del Giardino dei Nidiaci... potere del verde! C'è una tribù di cento gatti che vive in una casa abbandonata, un piccolo ristorante tranquillo e discreto, dall'aspetto poco italiano (a parte il menù), un laboratorio artistico che espone un paio di sci da discesa di vent'anni fa. Dall'altro lato: uno studio di geologia, una galleria d'arte, una falegnameria.
Bohème d'Oltrarno, sono comprese anche Borgo della Stella, Piazza S. Spirito, Via dei Serragli e le sue traverse... no dubts.

     
ai Barnabiti - mercatino organizzato dai "Florence Angels"

testo&foto Caterina Pardi

postato da: katinkawonka alle ore 10:45 | link | commenti (8)
categorie: itinerari
martedì, 04 agosto 2009

Giovani fotografe fiorentine


Esiste uno sguardo “al femminile” sulle cose? Interessante è porre questa domanda a tre giovani fotografe toscane, alle loro prime esperienze, che rivelano acute e fra loro diverse sensibilità; per Valentina Cesarini (www.flickr.com/photos/valentinacesarini), vincitrice del concorso Seat - PagineBianche d’Autore 2009 (sua la copertina di quest’anno) «la fotografia è uno strumento rievocativo e narrativo, che mi permette di combattere con la difficoltà a ricordare i dettagli di un momento. E' poi una lente d'ingrandimento attraverso cui celebrare tutte quelle piccole cose che passano inosservate e un momento d’espressione del mio mondo interiore. Sono attratta dalla bellezza intesa come armonia, ma anche il caos che interviene ad interromperla esercita su di me un potere seducente». Assieme all’ispirazione intima, visionaria e spesso ludica la Cesarini, fotografa per SalottoLive, coltiva una vena musicale e rock - ritraendo i backstage e i concerti d’artisti come Ben Harper, Cocorosie, Cristina Donà, Carmen Consoli.

 

foto 1: Valentina Cesarini - "No-frills"
(foto Pagine Bianche '09)
foto 2: Valetina Cesarini - "Me - autoritratto"

Elena Mannocci (www.flickr.com/photos/3l3na88/), ventun anni, studentessa di visual design, si è appassionata fotografando Gianna Nannini in concerto. I primi esperimenti con una macchina compatta, poi il graduale passaggio alla reflex; nonostante la giovanissima età ha già un’esperienza come fotografa ufficiale dell’equipe web della Festa Democratica Nazionale di Firenze e pubblicato scatti su quotidiani a livello nazionale. Per descriversi usa parole dal sapore wendersiano: «ho sempre desiderato fare foto con gli occhi, ma avrei dovuto sviluppare poi il cervello, rendendolo incompatibile con l'ottica più costosa al mondo: gli occhi del fanciullo». Amante del colore, impiega spesso il fotoritocco per dar vita ad atmosfere carrolliane, underground o pittoresche; stimolata dall’universo della musica – un comune denominatore di tutte e tre le giovani toscane - ha ritratto gruppi a Prato e Firenze (Caparezza, Irene Grandi, Cristina Donà), dedicandosi in particolare alla band femminile delle Her.




foto 3: Elena Mannocci: "tick tock tick tock"
foto 4: Elena Mannocci - "autoritratto"

Valentina Irene Klasen (www.myspace.com/valentinaklasen), ventiquattro anni, si avvicina alla fotografia da bambina, grazie ad una piccola macchina, dono della madre: «ho scoperto subito che questo mezzo non mi dava solo la possibilità di fissare ricordi e immagini, ma permetteva anche di osservare la realtà in profondità». La Klasen lavora con il Gruppo Editoriale Giunti di Firenze e ha pubblicato i suoi scatti in diversi volumi, fra cui la copertina di TuttoCittà 2008, con Ponte Vecchio illuminato e pulsante di vita. La sua filosofia? «Combinare la passione della fotografia al piacere di partecipare all'evento e sperimentare continuamente nuovi soggetti (concerti, manifestazioni, vedute, ritratti); cerco sempre di cogliere qualcosa di speciale: un’espressione vibrante, un dettaglio insolito, un lampo di luce inaspettato».



foto 5: Valentina Irene Klasen - "Giochi di luce sull'acqua" (foto Tutto Città '08)

foto 6: Valentina Irene Klasen - "Autoritratto"
                                                                       
                                                                                                                                                                                        (Caterina Pardi)
postato da: katinkawonka alle ore 18:49 | link | commenti (5)
categorie: artisti fiorentini
sabato, 18 luglio 2009

Una coppia fiorentina in missione per far conoscere all’Europa la bellezza dei parchi lituani...

Non è una meta turistica internazionale ma potrebbe diventarlo. Piccolissimo stato del profondo nord (5 milioni d’abitanti circa), da poco membro della Comunità Europea, ha subito lunghi periodi di dominazione russa e polacca ed è, sotto alcuni aspetti, alla ricerca della propria identità. Mariachiara Pozzana (architetto e responsabile  fra le tante cose, del restauro del Giardino Bardini) e il fotografo e grafico Giovanni Breschi si sono recati in Lituania (“Lietuva”), per conto dell’Istituto Europeo degli Itinerari Culturali e del Ministero della cultura lituano, allo scopo di riscoprirla e valorizzarla. In che modo? Studiando nuove soluzioni per rendere più accessibili ai visitatori europei (ma in primo luogo ai lituani) i grandi e lussureggianti parchi situati attorno a Vilnius, quest’anno capitale europea della cultura. La natura là domina incontrastata: distese verdi, boschi di conifere, grandi laghi che raddoppiano un cielo sconfinato. “C’è un cielo del tutto diverso dal nostro, ti sovrasta a 180˚ e conferisce alle cose luci e ombre a cui non siamo abituati”, spiega Breschi, che sottolinea anche la forte presenza dell’acqua, “elemento importantissimo del paesaggio lituano”.


ph_Giovanni Breschi


Il progetto, che Mariachiara Pozzana porta avanti ormai dal 2001, si concentra su tre grandi parchi, Traku Voke, Lentvaris, Uzutrakis, disegnati tutti da un paesaggista francese alla fine dell’800, Edouard Andrè, per una nobile casata locale. Le opere di Andrè costituiscono un esempio dello storico “giardino europeo”, che in Italia difficilmente s’incontra. Il lavoro dell’architetta fiorentina, svolto in collaborazione con colleghi e allievi lituani, consiste in una verifica della possibilità di inserire i parchi in una rete europea di turismo culturale e naturalistico e nella loro armonizzazione al contesto circostante (luoghi d’importanza storica, zone rurali, vie di comunicazione).


ph_Giovanni Breschi

Per i lituani l’Italia e Firenze rappresentano un esempio di bellezza, di gusto e di cultura, un modello da imitare, anche nella moda e nella gastronomia: “quando abbiamo visitato il parco Uzutrakis, il direttore mi ha chiesto, con aria ammiccante, se il paesaggio che ammiravamo assomigliasse all’Italia. Naturalmente non c’era alcuna analogia con le forme ed i colori tipici della mediterraneità e della toscanità! Allora gli ho spiegato che quello che mi piaceva di quel luogo era proprio la diversità”. Molti sono stati attratti da questa diversità, come l’Arch. Leandro Marconi, che nell’800 costruì una villa del parco Traku Voke, e ancora oggi gli italiani trasferiscono in Lituania le proprie attività commerciali.


La villa di Leandro Marconi a Traku Voke - ph_Giovanni Breschi

Se l’occhio straniero può servire a riappropriarsi delle proprie bellezze, l’immagine fortografica rappresenta un possibile strumento di mediazione: da lì l’idea di accostare al progetto di riqualificazione dei parchi una mostra di documentazione rivolta al pubblico lituano: “il nostro sguardo interessa molto: cerchiamo di valorizzare ciò che hanno non tanto per il turismo straniero quanto per riportare loro stessi nei parchi” precisa Breschi -  “i lituani sono giovanissimi, allegri, belli e ansiosi di far parte fino in fondo dell’Europa, di conoscersi meglio attraverso il nostro sguardo, sebbene forti e vive restino le tradizioni”.
postato da: katinkawonka alle ore 17:00 | link | commenti (2)
categorie: viaggi
martedì, 23 giugno 2009

Soste sull'Arno

triangoli

























Triangoli

Sospesi sull’acqua

I più “ardimentosi” saranno premiati, perché saltare sui piloni triangolari del Ponte S. Trinita continua a dare un’immensa soddisfazione a tutti, turisti e fiorentini. I due rivolti al Ponte Vecchio sono forse più amati, ma la coppia orientata verso le Cascine non è certo da scartare.

Ponte S. Trinita

Piazza Demidoff

























Piazza Demidoff

Relax d’altri tempi

All’ombra dei tigli, sotto l’occhio vigile del Conte Nicola Demidoff, questa elegante e panoramica piazzetta ottocentesca sembra l’ideale per dimenticare lo stress. Ai lati ci sono ancora due “cassettine” verdi dell’epoca, dove i giardinieri riponevano i loro attrezzi.

Chioschetto - Piazza Poggi

























Chioschetto

Riparo ombroso

Di giorno o di sera, prati e panchine per rilassarsi e sfuggire all’afa. Pochi metri più in basso è aperto il “Giardino d’estate” o “Riverside picnic”, stabilimento verde sul lungofiume che sarà dotato di gazebo, sdraio e campo da pallavolo. La nuova sistemazione fa sognare le acque limpide dell’800.

Piazza Poggi


Pescaia.....

























Pescaia

Lo scivolo sul fiume

Solarium per vocazione: gli appassionati, intenti ad aragostarsi al sole, sono ammirati (e forse un po’ invidiati) dai più urbani passanti del lungarno Soderini. Ci si arriva da un acciottolato, infilandosi sotto il Ponte Vespucci in un’atmosfera underground che puzza un po’ di pesce.

Lungarno Soderini


Terrazza- Lungarno Vespucci

























Terrazza - Lungarno Vespucci
Una rotonda sull’Arno

Seduti sulle rustiche panchine di legno o arrampicati sul muretto, questo è un ottimo punto per fermarsi ad ammirare il tramonto e poi, volendo, passare ai fulgori del Fulgor. Con la Cupola del Cestello a portata di sguardo.
                              
foto & testo: Caterina Pardi
postato da: katinkawonka alle ore 12:29 | link | commenti (4)
categorie: estate
lunedì, 22 giugno 2009

L'Improponibile

En double 2 (di MaQ)





















"En double" di Maria Angelica Quattrini - "MaQ"


Se vi capita di assistere ad una performance improponibile organizzata in uno spazio improponibile ad opera di soggetti improponibili… allora è possibile che vi troviate di fronte all’ “Improponibile” (www.improponibile.com), un festoso gruppo artisti che, da circa quattro anni, organizza eventi nei locali delle città toscane. “E’ nato a Siena in una libreria, come il Nazismo. Ma non siamo nazisti. Cominciammo  nel 2004 - io e gli amici Mario Antonelli e Sdrubanskij - scrivendo raccontini non-sense e pubblicandoli su una rivista – “L’Improponibile” - che aveva 14 copie di tiratura, distribuite rigorosamente a caso”, racconta il pittore-illustratore Diego Gabriele. Da quei primi esordi, molte le iniziative, fino alla partecipazione al Festival della Creatività, alla Biennale di Architettura e, qualche giorno fa, a Pitti Immagine Uomo.

4 Diego Gabriele e Maria Angelica Quattrini  (MaQ)

















Diego Gabriele e Maria angelica Quattrini al Festival della Creatività
ph_ Valentina Cesarini


Il gruppo si è ampliato fino a coinvolgere, galeotta la rete sociale Myspace, quindici artisti da varie parti d’Italia (pittori, disegnatori, musicisti, scrittori, poeti), tutti accomunati dallo stesso desiderio: essere creativi senza prendersi troppo sul serio. Da lì il nome “L’Improponibile”: “ci piace trovare luoghi non destinati all’arte – “improponibili” appunto – avere a che fare con non addetti ai lavori che, messi di fronte alle nostre performance, possono reagire molto bene ma anche molto male. L’ingrediente fondamentale è il divertimento: quando la parte genuina e giocherellona va scemando, di solito, ci fermiamo. Capita che veniamo pagati, ma il nostro non diventa mai un lavoro” spiega Diego Gabriele.
Le iniziative combinano espressioni artistiche diverse: dalla pittura dal vivo durante dj set e concerti (con i disegni e i quadri di Gabriele e di Maria Angelica Quattrini, in arte MaQ, conditi da “musica improponibile”) agli spettacoli teatrali nei pub, dal video (del regista Simone Cinelli, in arte “Cinedavinci”) alla creazione e distribuzione di riviste dal sapore ironico e surreale: “L’Improponibile”, strutturato come un giornale per bambini (da un lato da leggere e dall’altro da colorare) raccoglie collage, finte lettere di protesta, racconti, esilaranti critiche letterarie di testi qualsiasi (come le indicazioni scritte sulla targa dell’ascensore);  “Il Superfluo” – “giornale monopagina di informazioni inutili” con le sue istruttive rubriche “La posologia di Socrate” (filosofica), “Io malato” (filoipocondriaca) e “Il nulla” (riempitiva), “Il Canchero” – quadernetto di disegni e fumetti, la cui uscita segue una numerazione decrescente.

Improponibile sul Corriere Fiorentino






sinistra: l'articolo sul "Correiere Fiorentino" del 18.06.2009
destra: Copertina della rivista "Improponibile", con un collage di Diego Gabriele


Riferimenti artistici? “La pittura figurativa, ma anche  movimenti come il surrealismo, il futurismo e il dadaismo” spiega la pittrice Maria Angelica Quattrini, e aggiunge “raccontiamo le nostre esperienze quotidiane - ognuno di noi fa tutt’altro lavoro nella vita - e dai nostri lavori emergono anche il senso di frustrazione e l’umor nero”. Fra l’ironia dei testi e dei disegni, la surrealtà dei collage trova spazio anche la critica socio-politica, benché l’obbiettivo primario resti la libera e mai seriosa espressione artistica.

                                                                                                                              Caterina Pardi
postato da: katinkawonka alle ore 12:00 | link | commenti (1)
categorie: artisti fiorentini
venerdì, 05 giugno 2009

Dedicata alle elezioni

IMG_3558




















Siamo figli dell'epoca,
l'epoca è politica

Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.

Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,

i tuoi occhi un aspetto politico.

Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o in un altro politica

Perfino per campi, boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.

Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in altro brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.

Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.

Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano
e i campi inselvatichivano
come in epoche remote
e meno politiche.

(Wislava Szymborska, "Figli dell'epoca")


immagine tratta da: http://info-poland.buffalo.edu/classroom/szymborska/grol.html
postato da: katinkawonka alle ore 11:58 | link | commenti
categorie: poesie
domenica, 31 maggio 2009

“Verde que te quiero verde” – un altro esempio di “public art”!

Verde que te quiero verde.
Verde vento. Verdi rami.
La nave sul mare
e il cavallo sulla montagna.
Con l’ombra alla vita
ella sogna alla sua balaustra,
verde carne, chioma verde,
con occhi d’argento gelato.
Verde que te quiero verde.
Sotto la luna gitana,
le cose la stanno guardando
ed ella non può guardarle.

F. Garcia Lorca


S
abato 23 maggio passeggiavo attorno a S. Ambrogio assieme ad L, quando ci siamo trovati nel bel mezzo di un quadro sorprendente; Piazza Ghiberti, spianata insolitamente (e piacevolmente) fuori misura per una città come Firenze, non appariva più una semplice piazza: era diventata una tela colossale, disseminata di disegni verdi e bianchi, tracciati con l’ausilio di gessetti.

Sembravano interventi distinti l’uno dall’altro, e in parte era così, ma su tutti dominava un albero gigante, con la base del tronco piantata all’inizio della piazza e i rami più alti che arrivavano quasi sotto la sede di Dada.

Camminando, dovevamo fare la gimcana fra i gruppetti di gente accucciata con l'aria piuttosto entusiasta di fronte ad una delle rare occasioni per dare pubblico sfogo alla propria creatività e alle proprie idee, con scritte e immagini. Un impulso, un’esigenza con radici antiche, della quale anche il graffitista Run mi aveva parlato in un’intervista, dalla quale era scaturito poi un articolo per il Corriere Fiorentino...*

Qua e là, mucchi di gessetti bianchi e verdi che erano stati presi d'assalto dai pittori-passanti (soprattutto i bianchi).

Una volta raggiunti gli ultimi rami dell’”albero della vita” anch’io, presa da raptus incontenibile, ho fatto scorta di verde e bianco per dar vita ad una sirena dalle dimensioni stellari… i capelli che tendevano ad allungarsi all’infinito, perché lo spazio sulla litica tela non terminava!

Una continua tentazione a moltiplicare, a trascinarsi dietro le proprie tracce.

L, esperto pescatore, ha disegnato le squame sulla coda della maxi sirena, mentre io  - in uno stato di beata ipnosi da linea sinuosa – prolungavo un ciuffo della chioma fin sotto il campo di bocce.

Purtroppo non avevamo con noi la macchina fotografica e dell’impresa non esistono testimonianze.

Dopo un po’ che operavamo appassionatamente, interrompendoci di tanto in tanto per sorseggiare una bibita, si è avvicinata a noi una signora per spiegarci che si trattava di un’iniziativa chiamata “Verde que te quiero verde” (neanche a farlo apposta una delle mie poesie preferite, la "Ballata Sonnambula" del grande Federico Garcia Lorca!) che prevedeva la trasformazione di Piazza Ghiberti in un grande prato verde, con il libero coinvolgimento di chiunque vi si trovasse a passare.

Promotori Alessandro Galvan, Anna Necolau, Anca Albu, Dora Ragusa, Patricia Glauser e Raya Farhat, allievi del Corso di Public Art, tenuto da Vittorio Corsini all’interno del master di arti visive della LABA (Libera Accademia Belle Arti di Firenze).
Qui sotto le immagini del loro titanico lavoro, iniziato alle 11 della mattina per protrarsi fino a pomeriggio inoltrato!


(Caterina Pardi)

_DSC5378_DSC5388_DSC5785































































ps alla fine ci hanno regalato un fagiolo augurale...

corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/movida/2008/29-dicembre-2008/i-miei-angeli-demoni-volo-vostri-muri--150856863362.shtml

e duepassiafirenze.splinder.com/post/19484524/RUN
postato da: katinkawonka alle ore 18:44 | link | commenti (6)
categorie: estate, public art
lunedì, 18 maggio 2009

IS YOU ME

La ballerina, vestita di nero, striscia lungo un bianco piano inclinato, che si erge davanti un enorme schermo a tre facce. Il piano (anch'esso superficie di proiezione) è anche una quinta, dietro la quale i performer possono apparire o scomparire, del tutto o a metà. Ma soprattutto: è il tramite fra il mondo bidimensionale del disegno (linee e forme tracciate in diretta al computer e proiettate) e quello tridimensionale del corpo danzante che, scivolando su esso, sembra di volta in volta uscire ed entrare nel megaschermo. Affascinante illusione.

«Is you me», che si è tenuto alla Stazione Leopolda il 12 e il 13 maggio per "Fabbrica Europa XVI ed. (coproduttrice dello stesso), non è solo uno spettacolo di danza, come figura nel programma.

Prima scena: un brulicare di minuscole forme, simili a germi o cellule in attività, 'contaminano' il candore del megaschermo, sovrapponendosi alla danzatrice, che si muove meccanicamente. Poi arriveranno linee taglienti, forme astratte, sagome antropomorfe, strisce di colore, totali monocromatici.

E' solo l'inizio di un lungo gioco dialettico fra i corpi dei ballerini Louise Lecavalier e Benoît Lachambre (che entrerà poco dopo) con Laurent Goldring, che disegna e proietta in diretta linee, sagome, striscie di colore attorno e sopra di loro, e il compositore Hahn Rowe, che sonorizza questi incontri/scontri fra danza e pittura, inserendoli in una ritmica comune. Un gioco a volte crudele, sembra che le linee tracciate trafiggano i corpi danzanti… la fatica della carne a farsi incorporea immagine di pixel.

La materia sembra diventare immateriale e l'"immateriale informatico diviene gesto", acquisendo la corposità di vere pennellate di colore puro, strizzando l'occhio a Mirò e - citazione esplicita -  alla Guernica di Picasso. Ruolo non secondario, nel continuo inganno ottico, lo giocano i costumi di Lim Seonoc.

immagine tratta da http://fabbricaeuropa.ffeac.org/schedeCalendario.page?EVENT_ID=845
postato da: katinkawonka alle ore 17:09 | link | commenti
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